Un aspetto che spesso tendiamo a non considerare, quando ci approcciamo all’aspetto della nutrizione sportiva, è quello della salute psicologica e sociale degli atleti.
Gli atleti non si limitano a muovere semplicemente i loro corpi. Sono persone reali e uniche con vite reali e uniche.
Facciamo un esempio: prendiamo Lara, un’esperta powerlifter. Suo padre possiede una palestra di sollevamento pesi, quindi è stata allevata tra i bilancieri e le serie di squat.
Lara vuole qualificarsi per i nazionali, ma sa di avere maggiori possibilità di ottenere un miglior risultato se passa alla classe di peso -84 chilogrammi. Lara parte da un peso maggiore, quindi dovrà lavorare per perdere qualche kg.
Sembra una situazione comune ed abbastanza semplice negli atleti agonisti, vero? Tali atleti sono abituati ad effettuare il cosiddetto “taglio del peso” e Lara è chiaramente una che si dà da fare.
Quindi inizierà, insieme al proprio Coach, il suo percorso di calo del peso, raccogliendo inizialmente solo informazioni sulla sua altezza e sul suo peso attuali, su cosa sta mangiando, su come si sta allenando ed il suo Coach le utilizzerà per creare un piano che la porterà ad un deficit calorico. Riuscirà così a raggiungere il suo obiettivo, gradualmente e in modo sostenibile. Sembra facile.
Ma dopo un mese, Loara non vede molti progressi ed il suo Coach è rimasto a grattarsi la testa.
Ecco cosa il suo Coach non sapeva su Lara:
Attualmente sta frequentando la facoltà di giurisprudenza. Passa moltissimo tempo in macchina per i suoi spostamenti ed ha poco tempo a disposizione per altre attività, il che si traduce in molti “appuntamenti” al fast food e poca attività al di fuori dei suoi allenamenti.
Sta con suo padre nei fine settimana. Sebbene, da una parte, ciò sia molto favorevole ai suoi obiettivi di powerlifting (potrà così apprendere sempre più nozioni tecniche ed approfittare dei suoi consigli sull’allenamento), d’altra parte il padre è un ex peso massimo della “vecchia scuola”, fautore del pensiero “mangia alla grande, solleva alla grande”. Quindi non è così incline all’idea di perdere peso, di diventare “più piccolo” e lo lascia trasparire nei discorsi con Lara.
In questo modo, Lara si sente sola nel suo percorso per raggiungere una classe di peso inferiore.
Tra la scuola, l’affitto della stanza, il controllo severo del padre ed il lavoro part-time, Lara fatica a concentrarsi sulla sua salute e sulle sue prestazioni.
Tutti questi fattori le rendono più difficile attenersi al piano che il suo Coach ha creato per lei.
Ed il suo Coach non li scoprirà a meno che non guardi oltre i dati “ovvi”, oltre i semplici numeri.
È qui che tanti atleti e Coach sbagliano, quando considerano la nutrizione sportiva.
Entra qui in gioco il fattore che fa la differenza: il modello “biopsicosociale”.
Come il termine lascia presupporre, tale modello prende in considerazione 3 aspetti fondamentali: quello biologico, quello psicologico e quello sociale.
Il piano iniziale di riduzione del peso di Lara prendeva in considerazione solo fattori biologici: le sue statistiche fisiche, le abitudini alimentari e la routine di allenamento.
Ma anche i fattori psicologici e il contesto sociale sono parti importanti del quadro generale. Lara è stressata dalla scuola, dalle spese mensili, si sente sola, fa il pendolare in un ambiente tutt’altro che ideale e riceve pressioni da suo padre.
Considerare tutti gli aspetti della vita di un atleta farà la differenza nell’impostare correttamente la giusta strategia per arrivare ai risultati sperati, differenziandosi coì dal classico metodo del “semplice” piano alimentare.
Ciò migliorerà infinitamente la qualità di tali risultati.
In conclusione: è necessario un approccio più completo, a 360°, per scoprire il più possibile sui fattori che determinano il nostro stato attuale, i nostri livelli di stress, il nostro contesto sociale; in tal modo moltiplicheremo le nostre possibilità di successo.